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Effetti della separazione e del divorzio dei genitori sulla qualità dell’attaccamento del figlio

(2009) Cognitivismo clinico, 6 (1), 74-92
Fabbro Nerina*, Bernardelli Sara°, Castagna Sara°, Domenichini Irene°, Gamba Francesca°, Zanolla Elena°

*Docente, Project di ricerca Associazione Psicologia Cognitiva /Scuola Psicoterapia Cognitiva, sede Verona
° Allievi specializzandi, Project di ricerca Associazione Psicologia Cognitiva /Scuola Psicoterapia Cognitiva, sede Verona.

Riassunto

I dati ISTAT di giugno 2008, indicano che in dieci anni in Italia le separazioni sono aumentate del 57% ed i divorzi del 74%. In relazione a questo fenomeno, il presente lavoro ha analizzato i più recenti studi per capire quali possano essere le conseguenze sul benessere psicologico dei bambini che si trovano coinvolti in questo tipo di esperienza, per cercare di avere un quadro più chiaro degli interventi e delle indicazioni terapeutiche più adatte da adottare all’interno delle famiglie. Si sono esaminate le ricerche che hanno studiato gli effetti della separazione e del divorzio sulla qualità dell’attaccamento dei figli. La letteratura evidenzia che, anche quando intervengono le varie forme distruttive di attaccamento, quali ad esempio il divorzio, l’impatto sull’attaccamento può essere contenuto dalla presenza di alcuni fattori protettivi, che riducono il rischio psicosociale, quali ad esempio una comunicazione aperta tra le persone coinvolte, la capacità di rispondere al figlio, di saper legger accuratamente i suoi segnali e le sue richieste d’aiuto. Viene suggerito inoltre che migliori relazioni tra i genitori riguardanti la negoziazione del divorzio e le decisioni sui figli permettono ai bambini di mantenere un positivo working model di sé e dell’altro.
Infine, vengono discussi diversi tipi di possibili interventi per aiutare i genitori per meglio gestire l’esperienza del divorzio e per proteggere i figli dallo sviluppo di psicopatologia.

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Alcune strategie che possono aiutare a dare le regole ai bambini

I diagrammi.
Dopo aver stabilito una regola per il bambino, può essere utile elaborare un diagramma che rappresenta l’accordo che avete preso con il vostro bambino attraverso il quale anche vostro figlio si prende la responsabilità delle sue azioni.
Un diagramma è un disegno che potete appendere al muro che diventa uno stimolo visuale, sul quale annoterete i comportamenti corretti di vostro figlio durante la settimana.
I diagrammi sono utili perché promuovono un clima salutare in famiglia incoraggiando tutti a lavorare assieme. Inoltre, forniscono a entrambi i genitori una stessa strategia e questo aumenta la coerenza.
Attraverso il diagramma rinforzate i comportamenti positivi del bambino. Ma come funziona?
Per prima cosa, identificate i comportamenti che volete sostenere, scegliendo quelli che vi sembrano più importanti, ad esempio, non picchiare il fratellino oppure andare a letto appena la mamma o il papà me lo dicono. Scriveteli sul diagramma. Quando il vostro bambino si comporta meglio, disegnate una faccina sorridente nella casella corrispondente. Alla fine della giornata sommate le faccine sorridenti.
Barattate una ricompensa o un incentivo con un certo numero di faccine sorridenti. Per esempio ogni faccina potrebbe valere un minuto o un po’ di tempo extra da passare al parco o per raccontare la storia della buonanotte.
Dedicate circa una settimana ad ogni comportamento scritto sul diagramma. È meglio che vi concentriate su uno-due comportamenti alla settimana da incentivare. Se dopo una settimana vedete un miglioramento potete continuare aggiungendo nuovi comportamenti alla lista, altrimenti continuate con i comportamenti precedenti.

Alcune tecniche per incrementare i comportamenti positivi dei bambini.
Una tecnica molto utile per incrementare i comportamenti positivi o diminuire quelli sbagliati dei bambini è quello del “feedback positivo” che li aiuta anche ad incrementare la loro autostima.
Questa tecnica implica il ricorrere a lodi o a incentivi per incoraggiare il bambino a fare delle scelte giuste.
Se volete usare questa tecnica per incrementare i comportamenti positivi è molto semplice, perché è sufficiente che gli diate una ricompensa con qualche parola di lode o incoraggiamento, qualche coccola o un piccolo privilegio ogni volta che si comporta bene.
Ad esempio, se desiderate che vostro figlio vi aiuti a rimettere i giochi a posto dopo che ha giocato, offritegli un rinforzo ogni volta che vi aiuta, dicendo, ad esempio: “Mi piace quello che hai fatto”, “Ho visto che mi hai aiutato a rimettere a posto i giochi. Sei stato molto bravo, grazie”, “Ben fatto. Devi essere orgoglioso di te stesso”.
Il feedback positivo è molto semplice da utilizzare. L’unico problema è che è necessario ricordarsi di prestare attenzione ai comportamenti positivi.
Il feedback positivo può essere utilizzato anche per eliminare o disincentivare un comportamento errato. La tecnica funziona con schemi di comportamento già radicati e non nel momento stesso in cui si manifesta un “cattivo” comportamento.
Il primo passo consiste nel focalizzare il problema e nell’individuare il comportamento opposto. Nel momento in cui vi rendete conto che il bambino manifesta il comportamento “buono” lodatelo, perché, in questo modo, sostituirà quello sbagliato con quello positivo.
La tecnica del feedback positivo presenta anche il vantaggio di aiutare il bambino a costruire la sua autostima, poiché lo incoraggia a trovare motivazioni in sé stesso.

Alcuni modi utili per incoraggiare il bambino.
Per mostrare fiducia
“Mi piace il modo in cui hai affrontato il problema”
“Conoscendoti, sono certo che farai la cosa giusta”
“Penso che tu sia in grado di farlo”
“Sono convinto che tu sia in grado di prendere questa decisione da solo, ma se hai bisogno di aiuto, io sono qui”
“Mi piacerebbe conoscere la tua opinione su questo problema”

Per mettere in evidenza l’importanza dell’impegno
“Se continui ad impegnarti, probabilmente ce la farai”
“Impegnarsi dà sempre i suoi frutti”
“Lavorare con impegno non è sempre facile, ma ne vale comunque la pena”

Per mettere in luce i punti di forza e i progressi
“Mi sembra proprio che tu ti sia impegnato in…”
“Guarda che progressi che hai fatto in…”
“Sei davvero migliorato in…”

Per insegnare ad un bambino ad imparare dai propri errori
“D’accordo, hai fatto uno sbaglio. Ma adesso cosa puoi fare per rimediare?”
“Se non sei soddisfatto, cosa puoi fare per migliorare la situazione?”

Per incoraggiare i bambini ad essere responsabili
“Dipende da te”
“Se vuoi”
“Puoi deciderlo da solo”
“Mi va bene quello che deciderai tu”
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Le amicizie durante gli anni dell’età scolare

A partire dall’inizio della scuola primaria, la presenza dei coetanei diventa sempre più importante per i bambini che hanno bisogno di compagni vivi, reali, con cui condividere amicizia, gioco e avventure.
La scuola diventa un luogo di incontro per i bambini; chiedono: “Vieni a casa mia a fare i compiti?” e si crea, così, un’intesa speciale attraverso la condivisione di giochi, avventure, libri, quaderni e merende e, pian piano, iniziano la complicità, i segreti, i grandi progetti comuni, le coalizioni di gruppo…
In questi momenti, non mancano anche le rivalità, le esclusioni, le gelosie, i tradimenti, le prevaricazioni.
Tutto questo viene vissuto come uno spazio privato da parte dei bambini, di cui i genitori devono sapere ben poco, poiché, i bambini sentono che appartiene solo a loro, perchè loro lo hanno creato: è normale che vogliano tenerlo lontano dalle intrusioni degli adulti.
La scuola come banco di prova delle relazioni sociali.
Un banco di prova fondamentale per i bambini di questa età è la scuola, che è un vero e proprio campo d’azione sociale in cui il bambino mostra come sarà da adulto, all’interno di una comunità fornita di regole, ruoli e funzioni diverse.
Il bambino all’interno del gruppo porta se stesso, con i suoi pregi e i suoi difetti, il suo temperamento, i suoi sentimenti, i suoi conflitti, i suoi desideri e le sue paure che si incontreranno e/o scontreranno con quelli dei compagni; egli assomiglierà a qualcuno e a qualcuno no, ci saranno gli amici e i nemici, i compagni molto simili con cui affiatarsi e qualcuno molto diverso con cui confrontarsi.
Con i compagni di classe si stabilisce un avvicendarsi fluido di contatti, relazioni, confronti importanti per lo sviluppo del bambino.
Nel modo che ha il bambino di mettersi in relazione con i compagni, inizia a delinearsi, oltre alle caratteristiche sociali, anche l’immagine “pubblica” che avrà come persona in futuro in cui conta il ruolo che ci si assume o ci viene attribuito dalle relazioni con gli altri.
Solitamente, all’interno di un gruppo di bambini di questa età, già si delineano dei ruoli ben precisi: c’è il bambino leader che prende le decisioni a cui gli altri si conformano, in modo spontaneo; c’è l’intermediario che riesce con “diplomazia” a fare da trait-d’union fra gruppi contrapposti, appiana le difficoltà, agisce da elemento pacificatore. C’è il bambino che “sta a guardare” senza proporre, non agisce in proprio, ma segue le iniziative degli altri; c’è il bambino che non riesce a inserirsi nella vita di classe, a partecipare e collaborare alle attività degli altri e finisce con l’assumere il ruolo di “capro espiatorio” parando tutte le tensioni che si creano nel gruppo: solitamente è un bambino che sente che è colpa sua se gli altri non lo vogliono (anche perchè gli può venire detto) e su cui si scaricano le responsabilità delle marachelle degli altri, quando si cerca il colpevole.
Caratteristiche delle amicizie.
Le nuove amicizie mettono alla prova il bambino, soprattutto quando litiga con gli amici finiscono i legami, perchè il bambino deve imparare ad accettare la possibilità di essere rifiutati. L’esperienza con gli amici, allora, diventa un’occasione che costringe il bambino a maturare, per evitare il rischio di crescere isolati, senza amici, imparando a tenere conto anche dei sentimenti degli altri e a non rimanere concentrati solo su se stessi.
Osservare come il bambino vive le amicizie può essere un’esperienza per conoscere di più il suo carattere e, in modo particolare, la sua capacità di entrare in relazione con i coetanei.
Il bambino si trova a modificare quegli aspetti della sua personalità che, pur essendo accettati dai genitori, ora possono rendere difficili, a volte “impossibili” i rapporti con i compagni: in modo particolare la possessività.
I compagni, di solito, non gradiscono affatto l’imposizione di una amicizia troppo stretta, soffocante, esclusiva e i bambini imparano ad essere meno possessivi.
Anche i bambini eccessivamente aggressivi o timidi possono incontrare delle difficoltà nelle amicizie. I primi perchè tendono ad imporre la loro volontà senza tener conto delle esigenze degli altri; i secondi, perchè sono costretti a farsi coraggio e a prendere l’iniziativa, uscendo dal loro guscio se non vogliono essere dimenticati dagli altri.
Infine, ci sono alcuni bambini che, pur avendo molti amici, in realtà non sono amici di nessuno poiché hanno la tendenza ad usare gli altri senza dar loro nulla in cambio e a vivere tutti i rapporti di amicizia in chiave seduttiva: non appena la conquista è fatta, non interessa più. Con il rischio di ritrovarsi spesso soli, senza nessun vero amico su cui contare.
L’amicizia a questa età è fondamentale anche perchè permette al bambino di sperimentare sulla propria pelle alcuni principi morali di senso di giustizia, lealtà, solidarietà, che il bambino conosceva solo in astratto.
Ricordate di lasciare sempre al bambino la possibilità di vivere le sue amicizie, perchè, nonostante gli alti e i bassi, i legami con i coetanei rappresentano un porto sicuro, in cui il bambino può rifugiarsi quando qualcosa non va in famiglia.
L’amico del cuore.
A questa età quasi tutti i bambini hanno un “amico del cuore” verso cui provano sentimenti molto intensi: gioia irrefrenabile, tenerezza, attenzioni per lui quando è malato, la violenza dei litigi, il dolore che provano quando si sentono traditi e abbandonati. E la facilità con cui dopo torna il sereno.
Se invece si tratta di una vera rottura o di una separazione imposta dalle circostanze, i bambini vivono questa perdita come un lutto e, anche se non lo fanno vedere, hanno bisogno di tempo per superare il dolore.
Questo è un rapporto che assomiglia al primo amore, infatti, è la prima volta che il bambino investe i suoi sentimenti e le sue emozioni su qualcuno che è esterno alla famiglia, scelto da lui, in base ad una simpatia e ad un’attrazione reciproca.
Di solito l’amico del cuore è un compagno dello stesso sesso del bambino, con cui trova affinità, ma può anche scoprire nuovi modi di essere e nuovi ideali da raggiungere. Fa tenerezza vedere come, a poco a poco, i due amici inizino ad assomigliarsi, usando lo stesso linguaggio, lo stesso modo di parlare, di camminare…si scambino gli oggetti, ma anche le cose da vestire e arrivano a condividere le stesse abitudini, gli stessi gusti, le stesse passioni.
Questa è un’amicizia fatta di confidenze e segreti da confidare solo all’amico, senza che altri ne vengano a conoscenza. Sono soprattutto le bambine a coltivare insieme all’amicizia le confidenze, e guai a tradirle! Significa tradire la fiducia e quindi l’amicizia. Per i bambini, invece, la complicità dell’amicizia è fatta più di azioni, che di parole. Ma anche loro a volte si confidano con il loro amico del cuore.
È importante che il bambino abbia la possibilità di vivere queste amicizie con libertà, proprio perchè di solito non c’è nulla di morboso o di ambiguo. Loro giocano ai segreti perchè a questa età ai bambini piace avere qualcosa da tenere solo per sé, pur non avendo nulla da nascondere.
Vi potrete trovare lettere sigillate, messaggi cifrati o ascoltare telefonate in cui parlano in modo sibilino, con un linguaggio in codice, si danno gli appuntamenti misteriosi…
I genitori potrebbero sentirsi in ansia perchè hanno l’impressione che il figlio nasconda qualcosa, con la sensazione che lo si sta perdendo. Ma verso i sei-sette anni comincia l’età in cui si deve rinunciare alla trasparenza assoluta nel rapporto con i figli che era stata una caratteristica durante la prima infanzia. Ma ora è normale che ci siano delle zone d’ombra, degli spazi segreti che i genitori devono rispettare senza lasciarsi prendere dall’ansia di dover sapere tutto. Anche questo fa parte di quel progressivo distacco mentale e fisico, che permette al bambino di crescere e di essere se stesso.
Non bisogna far sentire i figli in colpa se non dicono tutto e stimolarli a farci delle confidenze, perchè lo faranno spontaneamente, quando ci sarà qualcosa che vorranno farci sapere.
Un aspetto che spesso caratterizza queste amicizie, è il fatto che a volte i bambini hanno un atteggiamento di sudditanza psicologica verso l’amico preferito. In realtà, di solito, questa è una relazione caratterizzata dalla reciprocità, in cui i ruoli si invertono, permettendo a ciascuno di essere ora il “capo” e ora il suddito. Questa reciprocità rende l’amicizia fluida e dinamica e meno incline al rischio di sudditanza psicologica di quanto non avvenga nei confronti dei genitori.
Non preoccupatevi che il bambino venga “plagiato” da un compagno, anche se lo ammira al punto di diventarne succube. Al di là delle apparenze non sappiamo quali siano le dinamiche che ciascuno dei due mette in atto, né come si evolverà il loro rapporto d’amicizia.
È meglio se gli adulti non interferiscono, soprattutto con commenti negativi sul compagno preferito e lasciare che i bambini se la sbrighino da soli.
Solo se vi rendete conto che il bambino è invischiato in un rapporto da “persecutore e vittima” che lo costringe ad assumere solo un ruolo passivo, di perdente, è necessario chiedersi che cosa spinge il bambino a scegliersi come amico un piccolo aguzzino che lo rende infelice. E perchè non riesca a rompere l’amicizia o a modificarla. In questi casi dobbiamo interrogarci sui motivi profondi che spingono il bambino a farsi coinvolgere in un’amicizia masochistica piuttosto che prendersela con il compagno “aguzzino”.
Infatti, il rischio è che il bambino manifesti le stesse dinamiche relazionali quando instaura una nuova amicizia, poiché non è stato aiutato a modificare la tendenza a subire passivamente gli influssi dei coetanei e anche le loro prepotenze.
Da bambini non si può vivere senza amicizie, esse sono una risorsa fondamentale per l’autostima e il benessere psicologico dei bambini.
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Il bullismo

Il bullismo è una forma di deviazione relazionale tra pari, cioè, una forma di interazione deviata tra coetanei, bambini e/o ragazzi, in cui uno compie atti di aggressione e prevaricazione e un altro si trova nel ruolo di vittima e perseguitato.
È un fenomeno occulto, sommerso, che sfugge all’attenzione degli insegnanti e dei genitori. Infatti, per mettere in atto i loro soprusi i bulli scelgono i luoghi più nascosti della scuola, i corridoi, gli angoli del cortile, i bagni, il tragitto verso casa. E le vittime non osano parlare, terrorizzate dall’idea che i persecutori infieriscano ancora di più contro di loro, per vendicarsi. Ma anche per un senso di profonda umiliazione, vergogna e colpa che preferiscono tenere segreto anche ai genitori “Perchè non si preoccupino”.
Gli adulti, genitori o insegnanti, devono per primi loro riconoscere la possibilità che le forme di grave prevaricazione fra i bambini possono esistere e sono un pericolo reale, non una fantasia; in questo modo possono difendere le vittime, evitando gli effetti negativi a lungo termine che questo fenomeno può causare ed aiutare, contemporaneamente, anche i bulli ad interrompere le loro condotte disfunzionali.
Modalità con cui può manifestarsi il bullismo.
Due sono le modalità con cui i bulli possono comportarsi: una diretta ed una indiretta. Il bullismo diretto è quello di cui si sente più frequentemente parlare, caratterizzato da azioni aggressive che tendono a ferire immediatamente la vittima e che possono tradursi in prepotenze fisiche e/o verbali (calci, pugni, offese).
Nel bullismo indiretto i bulli mettono in giro maldicenze e dicerie riguardanti la vittima e atteggiamenti di esclusione che la condannano all’isolamento sociale.
Caratteristiche del bullo.
I bulli rappresentano una categoria ristretta di bambini/ragazzi, che incute paura, ma gode di scarsa popolarità.
Essi tendono a dominare e a usare la forza fisica per imporsi, faticano a rispettare le regole, non tollerano le frustrazioni, sono facili all’ira.
Il comportamento del bullo mira deliberatamente a far del male o danneggiare; spesso è persistente ed è difficile difendersi. Alla base di questi comportamenti persecutori c’è un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare.
Caratteristiche della vittima.
Solitamente le vittime sono bambini tranquilli, riservati, sensibili, con una certa facilità al pianto. Piuttosto schivi, timorosi, tendono a non reagire.
L’aspetto più problematico è la passività che mostrano, nel senso che non reagiscono, non se la prendono, al massimo piagnucolano: questo li rende dei facili bersagli dei bulli che li giudicano incapaci, pavidi, imbelli e meritevoli dei loro comportamenti.
Spesso le vittime hanno un atteggiamento ansioso, insicuro e sensibile, incapace di imporsi nel gruppo dei pari e di promuovere un minimo di popolarità. Vivono spesso forti emozioni di ansia e hanno una bassa autostima.
Quali possono essere i segnali da cogliere?
Le vittime si possono riconoscere da alcuni comportamenti che possono manifestare a scuola e/o a casa.
A scuola:
1.Vengono ripetutamente presi in giro in modo pesante, rimproverati, intimiditi, minacciati, comandati, sottomessi, oggetto di derisione;
2.Sono aggrediti fisicamente senza essere capaci di difendersi in modo adeguato e possono presentare lividi, ferite a cui non è possibile dare una spiegazione naturale;
3.Sono indifesi nei litigi;
4.Sono spesso esclusi dai pari, mentre tendono a stare vicini agli adulti;
5.Appaiono indifesi, depressi, ansiosi e abbattuti in classe;
6.Il loro rendimento scolastico peggiora progressivamente.
A casa:
1.Non porta a casa compagni di scuola o altri coetanei; non ha amici nel tempo libero;
2.E’ riluttante ad andare a scuola la mattina (mal di stomaco, mal di pancia, mal di testa);
3.Tende a voler andare a scuola con modalità diverse dagli altri, per evitare incontri;
4.Dorme male e fa brutti sogni;
5.Perde interesse nelle attività scolastiche riportando brutti voti;
6.Manifesta tristezza, depressione, improvvisi cambiamenti dell’umore, irritazione e scatti d’ira;
7.Chiede o ruba denaro per assecondare le richieste dei bulli
Cosa possono fare gli adulti?
L’adulto, in quanto educatore, ha una responsabilità decisiva nell’azione di contrasto del fenomeno. Su questi comportamenti pesano in maniera decisiva la mancanza di interventi da parte degli adulti. È questa mancanza di risposte che facilita il formarsi e il radicarsi di comportamenti tra chi è vittima e chi è prevaricatore.
La scuola e la famiglia giocano un ruolo fondamentale nel prevenire ed eliminare gli episodi di bullismo.
In famiglia, i maschi hanno bisogno di una figura paterna che funga da modello di riferimento equilibrato e positivo, poco incline sia alla prevaricazione che al vittimismo.
Per le femmine, è molto importante la figura materna che dovrà trasmetterle la consapevolezza del valore della propria identità femminile, in modo tale che sia meno incline a cercare di affermare se stessa svalutando le compagne, o a diventare vittima della loro prevaricazione.
Ai figli, inoltre, bisogna spiegare che se c’è qualche compagno a scuola che lo tratta male, lo deve dire agli adulti, perchè se cerca di fermarlo da solo è molto probabile che vada incontro ad un insuccesso: questo non significa essere debole o che ha sbagliato.
Sottolineate sempre ai figli che se ne parlano con gli adulti non significa che stanno facendo la spia, bensì, si stanno difendendo da qualcuno che, senza l’intervento degli adulti, non si fermerà. Dite ai figli che se anche gli insegnanti lo vengono a sapere e intervengono nei confronti del bullo, non è detto che debbano anche fare il nome di chi ha parlato del fenomeno; infine, ricordate ai bambini/ragazzi che spesso il bullo continua ad agire perchè nessuno è a conoscenza di quello che fa, ma quando viene scoperto, spesso non mostra più i suoi comportamenti.
Sottolineate sempre con il bambino che lui non si deve sentire in colpa per quello che sta accadendo, lui purtroppo, può essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato e che probabilmente l’unica “colpa” che ha è quella di essere una persona buona e gentile.
Un ruolo essenziale lo gioca la scuola che dovrà creare un clima che favorisca gli interessi positivi, come la collaborazione, la solidarietà e il coinvolgimento emotivo. Gli insegnanti devono stabilire limiti precisi ai comportamenti di prevaricazione e sopraffazione, esplicitando agli alunni quali saranno le conseguenze per chi non rispetterà le regole.
Le conseguenze devono escludere qualsiasi forma di coercizione fisica e di palese ostilità, e fanno applicate con fermezza nei casi in cui vengano violate le regole.
É necessario effettuare colloqui individuali sia con la vittima che con l’aggressore prima di parlarne con i genitori e poi con il gruppo classe. Se, però, la situazione appare immutabile, si può pensare ad una cambio di scuola o di classe.
L’intervento degli adulti è fondamentale per proteggere la vittima ed aiutare il bullo a modificare i suoi comportamenti e ad insegnare la differenza tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto; al contrario, l’indifferenza del mondo adulto va a confermare al bambino che sopravvive chi è più forte, come nel mondo degli animali, giustificando i comportamenti aggressivi.

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La relazione di attaccamento ovvero quella relazione speciale che c’è tra un bambino e la sua mamma e il suo papà.

La relazione di attaccamento; ovvero quella relazione speciale che c’è tra un bambino e la sua mamma e il suo papà.
La relazione tra un bambino e la madre inizia già durante la gravidanza e diventa sempre più intensa dalla nascita in poi.
Con il tempo tale relazione diventa sempre più complessa, includendo anche la presenza di altre figure fondamentali per la vita del bambino in primis il padre.
Questa relazione è molto speciale e indispensabile per il bambino e si chiama relazione di attaccamento.
Provate a pensare alla situazione seguente: siete al parco con il vostro bambino e state parlando con altri genitori mentre i bambini si divertono ad andare su e giù dallo scivolo. Ad un certo punto, però, sentite il vostro bambino che piange, e vedete che l’amichetto gli ha appena portato il gioco che teneva in mano? Cos’è successo? Il bambino con il pianto ha richiamato la vostra attenzione e vi ha indotto a proteggerlo e aiutarlo in un momento di emergenza. Ecco la relazione di attaccamento. Essa è caratterizzata dal Il bisogno di contatto che il bambino con qualcuno che si prende cura di lui, per garantirsi la sopravvivenza.
La relazione di attaccamento si sviluppa durante i primi tre anni di vita attraverso diverse fasi:
I fase: dalla nascita a circa la fine del secondo mese.
Il bambino mostra interesse per tutte le persone che entrano in relazione con lui.
II fase: dalla fine del secondo mese di vita fino ai sei, otto mesi.
Il bambino comincia a concentrare le sue energie verso una persona particolare (la madre) che è colei che si prende solitamente cura di lui.  tra il quinto e il settimo mese il bambino preferisce essere coccolato e protetto praticamente solo dalla madre quando si sente a disagio.
III fase: inizia tra il sesto e l’ottavo mese  e prosegue fino agli inizi del secondo anno.
Il bambino sviluppa la capacità di sapere che la mamma è da qualche parte anche se lui non la può vedere, perché è in grado di immaginarsela. Questo comporta che egli pensi che se la madre è fuori dal suo campo visivo, significa che non è lì per lui. Questo determina lo sviluppo di un’emozione molto forte nei bambini che crea in loro molta tensione: è la cosiddetta ansia da separazione.
IV fase: da circa i due anni.
Il bambino è in grado di camminare e di esplorare l’ambiente. Ora lui è sicuro di poter contare sulla mamma se si sente insicuro o in pericolo.
Questa relazione è importante perchè la sua influenza non è limitata alla prima infanzia. Se, infatti, il bambino riceve le cure di cui ha bisogno all’interno di una relazione accogliente e calda, successivamente, instaurerà delle relazioni con i suoi coetanei cooperando con loro per raggiungere scopi comuni e sarà espressivo e affettuoso durante il gioco. Sarà in grado di chiedere aiuto agli altri in condizioni di stress (come chiedeva aiuto alla mamma quando si sentiva in pericolo) e avrà buoni amici con cui condividerà esperienze significative e importanti.
Una volta diventato adulto, sarà in grado di gestire la sua vita affettiva esplorando nuove relazioni e instaurando rapporti affettivi basati sulla fiducia e sull’accettazione dell’altro.
E anche quando diventiamo genitori possiamo dare supporto, ascolto e aiuto ai nostri figli solo se un siamo cresciuti ricevendo le cure di cui avevamo bisogno e nel senso di protezione .
Questo accade perchè, tutti noi, nelle nostre relazioni con gli altri (partner, amici, colleghi, ecc…) riproponiamo lo stile di attaccamento che abbiamo conosciuto da piccoli.
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